mercoledì 7 maggio 2014

Il senso di una fine

Questo romanzo breve ha vinto il più importante premio letterario inglese, il Man Booher Prize. Julian Barnes, considerato un esponente della letteratura postmoderna, rivela uno stile semplice, scarno ed elegante al tempo stesso.

Ormai giunto intorno ai sessant'anni, Tony Webster riceve una piccola eredità: il diario di un lontano amico e compagno di studi, unito ad una modica somma di danaro. Tony è stato citato nel testamento di una signora - forse un poco eccentrica - da lui incontrata una sola volta, quarant'anni addietro.
Adrian, l'autore del diario, il più brillante e conteso fra i suoi amici, li lasciò molto presto, morendo suicida a ventidue anni.
Lo stesso Tony ammette la propria inferiorità rispetto ad Adrian; laureatosi in storia, il destino, in realtà non gli ha riservato eventi epici, anzi: un matrimonio, un divorzio, la pensione, la solitudine. Nondimeno il suo bilancio è positivo: una vita trascorsa “nella media”, ma, in conclusione, soddisfacente. Volgendosi al passato, guarda con discreta indulgenza allo studente che fu, a colui che, con semplicità, asseriva come la Storia fosse costituita solo dalle menzogne dei vincitori.
Da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.” (Julian Barnes)
Il futuro che ci si inventa da giovani è necessario per affrontare gli imprevisti della vita: ci aiuta a proseguire nel cammino, convinti che possa sempre capitarci qualcosa di straordinario. Col trascorrere degli anni, quando il futuro si trasforma nel nostro vissuto, si tende ugualmente ad abbellirlo.
Il senso di una fine è posto più volte al centro dell'attenzione: un ragazzino di sedici anni, compagno di scuola di allora, morto impiccato, e il suicidio di Adrian, la cui vita sembrava indirizzata verso una gloriosa meta.
I minimi dettagli con i quali si prepara un suicidio, sono sufficienti a dare di esso una spiegazione? E se un evento recente e circostanziato non riesce comunque del tutto comprensibile, come può la Storia spiegare fatti più lontani nel tempo e privi di attendibili testimonianze?
Questi non sono gli unici interrogativi che l'autore pone al lettore.
Dal passato riemerge Veronica, la fidanzata di un tempo, con la quale Tony visse un'intensa e contrastante storia d'amore. Suo malgrado, è lei che riporta a galla antiche questioni, costringendo Tony a riflettere su cosa successe realmente all'epoca.
Il periodo trascorso assieme è rivisto attraverso un'altra prospettiva: episodi allora quasi irrilevanti, acquistano un diverso valore, una nuova accezione.
Solo adesso il protagonista comprende di avere valutato (e abbellito) il suo passato da un solo punto di vista: il suo.
Anche se Tony Webster scoprirà troppo tardi la vera ragione della morte di Adrian, potrà comunque farne tesoro: dal momento che la storia di ognuno di noi è unica, sforziamoci di trovare per essa una risposta, un significato; un senso. Prima che giunga la fine.

Titolo: Il senso di una fine
Autore: Julian Barnes
Editore: Einaudi
Anno: 2013
Genere: Narrativa
Giudizio: Buono

martedì 27 agosto 2013


 Le Vergini Suicide

Quando l'epilogo è già contenuto nel titolo di un libro, si presume che il testo non riservi molte sorprese. Allo stesso modo, se la storia riguarda la morte di cinque ragazze, inevitabilmente si affronterà la lettura con una certa predisposizione d'animo.
L' autore Jeffrey Eugenides, con discreta maestria, riesce ugualmente a cogliere l'attenzione del lettore, a creare l'attesa.
Le cinque sorelle Lisbon sono descritte sommariamente: ciascuna si distingue forse per un paio di caratteristiche fisiche o caratteriali, ma in realtà, il vero protagonista è il gruppo, l'unione di tutte loro. Un altro gruppo, questa volta di maschi, compagni di scuola delle giovani, costituisce la voce narrante del romanzo: costoro, volgendo lo sguardo al passato, vanno alla ricerca di una spiegazione plausibile di quanto successe all'epoca. La storia è ambientata in una non meglio precisata cittadina
americana, a ridosso di un lago, intorno agli anni settanta.
È la stessa casa dei Lisbon a delineare la parabola discendente di coloro che la abitano.
Unico elemento visibile (la vita che si conduce al suo interno è preclusa alla vista dei passanti e dei vicini), l'abitazione diviene il punto focale della storia. Attorno a questa dimora, della quale si descrive via via, e assai minuziosamente, lo sfacelo, si creano congetture di ogni tipo.
Qualcosa di simile viene raccontato nel romanzo di Harper Lee Il buio oltre la siepe: la casa è il solo anello di congiunzione fra chi vi vive segregato ed il resto del mondo; anche in questa circostanza vi è una stretta relazione fra il declino dell'immobile e l'infelice vita condotta al suo interno.
Il primo suicidio, quello di Cecilia, la più piccola, segna il punto di non ritorno: dopo di allora, la rispettabile famiglia Lisbon non sarà più la stessa.
Dopo l'iniziale, vano, tentativo di continuare a condurre una vita normale, tutti i membri della famiglia si arrenderanno, incluse le figlie, sebbene inizialmente più riluttanti.
Si intuisce facilmente quanto sia difficile, per le ragazzine, guadagnarsi uno scampolo di libertà, soprattutto rispetto a quella goduta, al tempo, dai maschi loro coetanei.
È invece difficile capire quanto la prigionia nella quale si riduce l'intera famiglia sia effettivamente consapevole e desiderata.
Se da una parte l'incuria devasta l'esterno della casa, dall'altra parte, al suo interno, questa si riempie di oggetti, all’inverosimile.
Tutto è permeato dalla presenza delle sorelle, costrette in angusti spazi: vestiti, prodotti di bellezza, terraglie, cibo, rifiuti, sembrano riprodursi senza posa, quasi a compensare, nell’abbondanza, la vita di chi la abita, che invece si svuota gradualmente di significato.
Tutti i tentativi di salvare Lux, Bonnie, Mary e Therese cadranno a vuoto, ed i ragazzi potranno solo continuare a fantasticare davanti alla porta di casa loro, che resterà costantemente chiusa, con le cortine abbassate.

Titolo: Le vergini suicide
Autore: Jeffrey Eugenides
Editore: Mondadori
Anno: 1994
Genere: Narrativa
Giudizio: Buono

lunedì 17 giugno 2013

Scorpione

RECENSIONE: Massimo Zaina (Friuli, 1964). Fa parte del contesto degli scrittori che vivono in prima persona i fatti e le situazioni narrate. L'autore ha vissuto per lunghi periodi all'estero, principalmente in Israele e Londra; rientrato in Italia, ha studiato Architettura all'Università di Venezia. Attualmente risiede e lavora a Madrid, città dalla quale ha tratto spunto per la raccolta di racconti “Lo scorpione”. E' autore di “Lightin' Hopkins alle sette”, “21 giorni”, “5° livello”, “Preferirei friggere pancetta piuttosto che svuotare e disincrostare la Jacuzzi”. Amante della letteratura americana, al momento sta scrivendo una nuova raccolta di racconti. “
Questo si legge sul risvolto di copertina della raccolta di racconti intitolata Lo Scorpione. L’influenza della letteratura americana è piuttosto marcata: a Bukowski, in particolare, è pure dedicata una citazione, riguardante il gentil sesso: “le donne hanno mandato sottoterra i migliori dei nostri.” I protagonisti di Una disgrazia dopo l’altra, Una puttana veniale, Silvana Mangano, Un lavoro come un altro bevono indifferentemente lattine di birra (in confezione da sei) o superalcolici, sono uomini dal frasario semplice, frequentemente intervallato da espressioni sboccate; e, manco a dirlo, apprezzano le belle donne (soprattutto quelle formose, che si lasciano osservare dal dirimpettaio, senza vergogna, mentre si fanno la doccia). Individui privi di particolari interessi, che, insoddisfatti, svolgono un banale lavoro; soggetti che si potrebbero definire, senza tanti indugi, come degli “antieroi”. Personaggi molto simili a quelli descritti da Raymond Carver, autore che fu tra i primi a raccontare la disperazione di certa gente, quella che non appartiene all’immagine patinata dell’America. ma che deve cercare di sopravvivere all’alcool, ai conti di fine mese, ad una magra esistenza.
Un paio di “eroi”, tuttavia, nelle storie di Zaina, riusciamo ad incontrarli: si pensi, ad esempio, a 5° livello, o al già citato Una disgrazia dopo l’altra. L’autore, in ogni modo, preferisce descrivere persone non dotate di particolare coraggio, che, più semplicemente, si trovano a dover affrontare delle situazioni-limite; grazie ad un po’ di fortuna (e cervello), questi usciranno indenni dal disastro imminente. Una comune caratteristica dei personaggi di Zaina è la loro assoluta “normalità”: si tratta per lo più di persone consce dei propri limiti, che, in alcuni casi, cercano solo di sbarcare il lunario, ed in altri, trovano rifugio in una seconda identità, per dimenticare lo squallore della vita quotidiana, come succede in L’uomo che sembrava Clint Eastwood. Lo scrittore non smentisce il suo stile minimalista neppure nella descrizione di veri e propri crimini: rapido e incisivo, non lascia molto spazio alle proprie emozioni, limitandosi alla pura e semplice rappresentazione.
L’autore, nei suoi scritti, non sembra inoltre dare particolare risalto alle esponenti del sesso femminile: esse, solitamente, si distinguono per le loro forme abbondanti ed una capacità intellettiva inversamente proporzionale. Fatta eccezione per Impantanata, toccante racconto dedicato ad un’amica ormai scomparsa, le donne fanno semplicemente da sfondo a delle vicende che si traducono tutte al maschile: vicende ambientate in parte in Spagna ed in parte nel Friuli.
All’afa opprimente dell’Estramadura, che può scatenare istinti omicidi e a cui si può far fronte solo bevendo della birra ghiacciata (Impianto chimico Valdecavalleros), fa da contrappeso l’alba livida del nord est italiano, che tutti i giocatori d’azzardo conoscono (Lo scorpione, L’alba): in ogni caso, Zaina non fa sconti per nessuno. Per chi sbaglia, il prezzo da pagare è sempre molto alto.
Levitai silenziosamente, quasi sospeso ad una decina di metri dal suolo, in pace con me stesso. Lontano vedevo le luci della frontiera con Gorizia e ancora più dietro l’alba. Ripensai a mia madre e mi chiesi se la luce dell’alba l’avrebbe incontrata nell’orto, china sulle sue melanzane coperte dalla rugiada del mattino.”.
 
Titolo originale: Lo scorpione
Autore: Zaina Massimo
Editore: Ibiskos Editrice
Anno della prima pubblicazione: 2004
Genere: Narrativa
Giudizio: Buono

domenica 3 marzo 2013

Bergen

.. il nemico è scappato è vinto è battuto
dietro la collina non c'è più nessuno
solo aghi di pino e silenzio e funghi ...
(F. De Gregori - Generale)

Bergen è una piccola città vicino ad Hannover. La segnaletica che conduce al campo di concentramento dove morì - fra gli altri - Anna Frank, é imprecisa e quasi assente.
Non esiste una biglietteria (questa non è un'attrazione turistica), solo una sala che raccoglie fotografie d'archivio, e documenti.
Al sito vero e proprio si giunge attraverso un breve tragitto; in totale, sono circa cinquantacinque ettari di terreno.
I miei occhi si posano su di un grande prato (secondo le note esplicative, in origine questa era la "main street" del campo, che aveva la funzione di suddividerlo in due aree ben distinte).
Un sentiero si snoda lungo tutto il perimetro dell'area; dietro un cespuglio si trovano i ruderi dei bagni, solitamente la prima tappa dei deportati.
Là dove nel 1945 sorgevano i depositi e gli uffici amministrativi, là dove si trovavano le baracche dei prigionieri, ora ci sono solo alberi.
Niente altro.
Più decentrati, l'obelisco dedicato agli ebrei, e le fosse comuni.
E poi il verde, una leggera brezza, il canto degli uccelli.
Terminata la visita, nel piazzale antistante l'ingresso, incrocio una comitiva di anziani turisti che è arrivata da poco. Fra questi, molti cominciano a scattare le prime fotografie, quasi freneticamente.

Rimarranno delusi, come é giusto che sia.

venerdì 7 dicembre 2012


Il libro di sabbia


TRAMA: È il fantastico il carattere dominante di questi tredici racconti, cui se ne aggiungono altri quattro in appendice mai radunati in un volume, in cui si concentrano i temi e i simboli che a Borges sembrano connaturati. In "L'altro", Borges settantenne, seduto su una panchina a Cambridge nel 1969, discorre con se stesso ventenne, seduto su quella stessa panchina a Ginevra nel 1918; nel "Libro di sabbia", il narratore acquista un libro senza principio né fine, composto da un numero infinito di pagine numerate arbitrariamente. Questi racconti rappresentano un ritorno alle atmosfere lucidamente visionarie degli scritti degli anni Quaranta. Ma diversa è la scrittura. Lo stile piano, quasi orale, si congiunge con una trama impossibile.


RECENSIONE: Il libro di sabbia fu pubblicato per la prima volta nel 1975. L'editore Adelphi lo propone con l'aggiunta, in appendice, d'altri quattro brevi racconti. Borges, nella sua vita, scrisse effettivamente solo racconti, convinto che questi, a differenza dei romanzi, "si potessero abbracciare in un solo sguardo".
L'amore sconfinato per i libri emerge anche in quest'opera, a partire dal titolo stesso. Del resto, poche definizioni del libro, inteso come strumento, sono più efficaci rispetto a quella fornita dallo stesso autore: "Il più sorprendente fra i vari strumenti dell'uomo. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio sono estensioni della sua vista; il telefono, estensione della sua voce; l'aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un'altra cosa; il libro è un'estensione della memoria e dell'immaginazione."
In un'atmosfera onirica s'intraprende il viaggio attraverso le inquietudini, i paradossi e i temi ricorrenti dello scrittore. La biblioteca, il labirinto, lo specchio, l'altro.
Numerosi sono i riferimenti autobiografici. Nel racconto L'altro e in Venticinque agosto 1983 il protagonista (Borges medesimo) incontra un altro sé stesso in una diversa età: nel primo caso l'io narrante è il sé più anziano, nel secondo esattamente il contrario.
Ci si è spesso chiesti se Borges fosse più filosofo o più scrittore. Indubbiamente i suoi racconti, ricchi di citazioni, evidenziano la sua raffinatissima erudizione.
L'autore, per sua stessa ammissione, cominciò molto presto ad interessarsi alla filosofia. Nel racconto iniziale della raccolta, l'incontro fra i due Borges avviene davanti ad un fiume: l'accenno al tutto scorre di Eraclito, quindi, non risulta essere per nulla casuale.
I riferimenti filosofici non finiscono qui. Il tema dell'infinito, che l'autore propose in tante sue poesie, è ripreso anche ne Il libro di sabbia e Le tigri blu. Nel primo si narra di un libro costituito da un numero infinito di pagine, che si moltiplicano e dividono a seconda del momento. Impossibile sperare di mettere ordine fra le stesse pagine, poiché esse sono appunto come granelli di sabbia, che si disperdono e si ricompongono, senza rispondere ad alcuna legge fisica.
Le tigri blu sono invece dischetti che, come le pagine del libro citato, hanno il potere, una volta toccati, di moltiplicarsi e dividersi senza un'apparente spiegazione logica. Il protagonista di questo racconto, uno studioso di Spinoza, venutone in possesso, è costretto a riconsiderare tutte le leggi della matematica, sovvertite da questo bizzarro, e altrettanto inquietante, fenomeno. Alla fine, non senza spavento, sarà costretto a rinunciare all'idea dell'esistenza di un universo costruito "more geometrico".
Gli altri racconti sono di minore spessore, ma non per questo meno apprezzabili.
Il cuore ed il senso del racconto fantastico è proprio questo: le leggi che ci sono famigliari non sanno spiegare un determinato avvenimento. Il lettore prova quindi una vera e propria esitazione fra la spiegazione naturale e quella soprannaturale degli avvenimenti.
Spetta a lui la scelta finale.
Buona lettura. 



Titolo: Il libro di sabbia
Autore: J.L. Borges
Editore: Adelphi
Anno: 2004
Genere: Fantastico
Giudizio: Ottimo
 

domenica 8 luglio 2012

La falce dell'ultimo quarto


TRAMA : Stato della Chiesa, piena Restaurazione. Nulla scuote l'atmosfera torpida della piccola città papalina in cui "gli anni sembrava fossero di mille giorni e i giorni di cento ore". Ma in casa di Bartolomeo Bartolini, ricco mercante di granaglie, non regna la pace: Giacomo, l'amato nipote ventiduenne, dà allo zio un grattacapo dietro l'altro. Non solo frequenta compagnie pericolose, ma fugge con una cantante rossa di capelli e più vecchia di lui. Non minori preoccupazioni, anche se di tutt'altro genere, dà al mercante il figlio Orfeo, ventiseienne, che è solitario, dimesso e malinconico quanto il padre è socievole, esuberante e collerico. L'unica arma che ha Bartolomeo è il proprio testamento.

RECENSIONE: Piero Meldini, riminese, nato nel 1941, ha diretto per ben venticinque anni la Biblioteca Gambalunghiana, nella sua stessa città.
In detta Biblioteca, fondata nel Seicento, sono conservati importanti manoscritti e fondi storici.
Questo è un utile preambolo per meglio comprendere La falce dell'ultimo quarto, sua più recente fatica. Un'opera indiscutibilmente ben scritta, non priva di riferimenti storici. Vi si narrano gli ultimi, tribolati, anni di Bartolomeo Bartolini, agiato mercante, alla trepida ricerca di un degno successore.
Dal momento che Orfeo, il figlio legittimo, non sembra avere l'indole ed il temperamento necessario per condurre gli affari, la scelta cade su Giacomo, il nipote prediletto, già braccio destro di Bartolomeo.
Questi gli somiglia sia fisicamente che nel carattere, comprese le turbolenze della giovane età, caratterizzata dai colpi di testa, l'amore per le belle donne e la buona tavola, oltre che per le allegre compagnie.
Purtroppo la fortuna sembra accanirsi contro i progetti di Bartolomeo. Ad ogni rovescio della sorte, l'anziano commerciante apre il cassetto del secrètaire dove tiene custodito il testamento, per aggiungervi nuove modifiche.
Ad ogni rocambolesca fuga del nipote, è convocato il Notaio, che, secondo un solenne rituale, imprime freschi sigilli al testamento rimaneggiato. Le ultime volontà, continuamente rivedute, quindi, anziché rappresentare un sollievo per il vecchio Bartolini, costituiscono il vero motivo della sua pena.
A tormentare il vecchio mercante, forse, è semplicemente l'horror vacui, contro il quale neppure la religione sembra rappresentare un valido rimedio.
Meldini è pure saggista e giornalista. Si è occupato, oltre che di storia contemporanea, anche d'alimentazione, e pare sia un esperto cuciniere.
Ne La falce dell'ultimo quarto, infatti, non mancano le tavole imbandite ("arrosti, capponi ripieni, salse, bocche di dama, mostaccioli, pinocchiate"), ed il protagonista sarà talvolta vittima della sua stessa crapula.
Una preziosa fonte di notizie si è rivelata essere la Biblioteca Gambalunghiana, sia per i dettagliati riferimenti alla toponomastica della Rimini d'inizio Ottocento, sia per gli aneddoti riguardanti i "tesori maledetti" celantisi nelle soffitte o sepolti nelle cantine; racconti sospesi fra la superstizione da una parte e la leggenda dall'altra.
Il finale lascia il lettore nel dubbio, circa le sorti dell'intero patrimonio dei Bartolini.
E lascia intendere una verità inconfessabile: in ognuno di noi nasconde il desiderio di tracciare un piccolo segno del proprio passaggio.
Ai nostri discendenti, o alle nostre opere, affidiamo questa incombenza: per garantirci, se non altro, una seppur piccola illusione d'immortalità.

 
Titolo: La falce dell'ultimo quarto
Autore: Piero Meldini
Editore: Mondadori
Anno: 2004
Genere: Romanzo
Giudizio: buono

domenica 15 aprile 2012


Tutti i nomi

Stile inconfondibile, sottilmente ironico, quello di Saramago: un ritmo dapprima lento che si fa a poco a poco incalzante, una punteggiatura costituita solo da virgole e punti, nonostante i numerosi dialoghi.
Fra tutti i nomi cui il titolo si riferisce, il lettore ne conoscerà uno solo, quello del protagonista: il Signor José.
I colleghi, i capi ed i vice saranno invece contraddistinti solo dai loro incarichi; anche la donna sulle cui tracce si metterà lo scritturale, rimarrà anonima.
La stessa città dove si svolge l'azione è indefinita, per di più come sospesa, potremmo dire, fra passato e presente.
Due imponenti edifici fanno da cornice all'intero romanzo: da una parte la Conservatoria Generale dell'Anagrafe, e dall'altra, copia fedele, gli uffici del Cimitero Generale.
In entrambi i casi, vi si accede varcando un identico portale, mentre, all'interno, parallelo all'entrata, un bancone attraversa il grande locale da una parete all'altra.
Dietro il bancone trovano posto gli impiegati, secondo uno schema a piramide, che segue la più rigida gerarchia, e al cui vertice si trovano rispettivamente il Conservatore per la Conservatoria dell'Anagrafe ed il Curatore per il Cimitero.
La Conservatoria Generale dell'Anagrafe, sebbene immensa, è fiocamente illuminata, polverosa e malsana: le scartoffie hanno preso il sopravvento, occupando gran parte dello spazio disponibile (in assenza, si dovrà ammettere, di un efficace criterio di catalogazione). L'atmosfera, al suo interno, è altrettanto cupa, inesistenti i rapporti fra colleghi, soggiogati da un'austera disciplina.
Vita e morte si rincorrono, indissolubilmente appaiate, anche quando si tratta della loro semplice registrazione su di un documento (nessuno meglio di un addetto ai lavori può capire), poiché, come lo stesso Saramago annota, sono i documenti che “conferiscono esistenza legale alla realtà dell'esistenza”.
Legato per logica conseguenza alla Conservatoria, è il Cimitero: un luogo ameno, rispetto alla prima (la mente corre, per associazione, al Cementerio dos Prazeres di Lisbona), che, privo ormai delle mura perimetrali, si ramifica all'interno della città, ne modifica il paesaggio, ne cambia i confini, si insinua nei campi e negli orti, mescolando, irrimediabilmente, il mondo dei morti con quello dei vivi.
All'interno del Cimitero pascolano quindi le pecore, crescono frondosi alberi, scorrono ruscelli. Lungo i suoi interminabili viali passeggiano i visitatori; insomma un luogo notoriamente deputato alla morte, pullula invece di vita.
Il tran tran quotidiano del Signor José, grigio scritturale ausiliario della Conservatoria, sarà stravolto dall'ossessione per una donna che lui nemmeno conosce, se non attraverso gli scarni dati di una scheda anagrafica.
José, un uomo di mezza età, privo di affetti, che conduce una misera esistenza - ma sempre nel pieno rispetto delle regole - d'un tratto comincia a mentire, commette infrazioni, passa notti insonni, oppure all'addiaccio.
A causa di questa ricerca, sulla quale si incaponisce, la sua vita professionale comincia a risentirne; mentre è la sua vita privata a guadagnarci, il Sig. Josè d'un tratto si scopre, con sua stessa meraviglia, essere un uomo arguto: sa affrontare gli imprevisti, pianifica le sue mosse, dissimula egregiamente.
Si sente meno solo, perché stringe amicizia con un'anziana signora, e comincia ad interrogarsi sull'amore.
E a riprova che vita e morte si intrecciano, sarà dalla morte di un'altra persona, che la vita del Sig. Josè acquisterà finalmente un senso. 


Titolo originale: Todos os nomes
Autore: José Saramago
Editore: Feltrinelli 2010
Anno: 1997
Genere: Romanzo